Piano Casa 2026: come funziona il nuovo decreto sulla situazione abitativa
Dall'8 maggio 2026 è operativo il Decreto-Legge n. 66/2026, il provvedimento con cui il Governo intende rispondere alla crisi abitativa che da anni colpisce molte famiglie italiane. Il testo, varato il 7 maggio e pubblicato in Gazzetta Ufficiale, sta ora seguendo l'iter parlamentare di conversione, che la legge fissa in un massimo di sessanta giorni.
Il traguardo che l’esecutivo si è posto è ambizioso: nell'arco di un decennio, il piano dovrebbe portare sul mercato circa 100mila nuove unità abitative. Per raggiungerlo, il decreto non punta su nuove costruzioni, quanto soprattutto sul rilancio del patrimonio di edilizia popolare, sulla riconversione di edifici pubblici oggi abbandonati e sull'attrazione di capitali privati verso progetti di edilizia sociale a prezzi controllati.
Riportare in uso le case popolariIl primo asse di intervento riguarda il patrimonio di edilizia residenziale pubblica. Migliaia di appartamenti popolari risultano oggi sfitti non per scelta, ma perché inagibili o perché necessitano di interventi di manutenzione che gli enti gestori non sono riusciti a finanziare in tempi rapidi. Il decreto punta a sbloccare proprio questa quota "dormiente" di alloggi, privilegiando lavori contenuti (ripristini, messe a norma, piccole ristrutturazioni) capaci di restituire rapidamente un'unità abitativa a chi ne ha bisogno, senza i tempi lunghi di un cantiere ex novo.
Le risorse per finanziare questi interventi non sono nuove, ma derivano da fondi già previsti nelle precedenti manovre di bilancio. A coordinare l'intera operazione sarà una figura commissariale dedicata, con il compito sia di seguire i lavori sia di mappare ulteriori immobili che possano entrare nel programma di recupero.
Una novità di rilievo riguarda inoltre la possibilità, per Comuni e altri enti proprietari, di mettere in vendita parte del patrimonio di case popolari. Chi vive attualmente in questi alloggi in affitto avrà però un diritto di prelazione, potendo quindi acquistare l'immobile prima che venga offerto sul mercato aperto.
Il patrimonio pubblico abbandonato diventa edilizia socialeIl secondo pilastro del provvedimento guarda agli immobili che appartengono allo Stato o ad altri enti pubblici ma che, per ragioni diverse, sono oggi inutilizzati. Le verifiche condotte sul patrimonio pubblico hanno individuato migliaia di appartamenti vuoti: alcuni richiedono solo piccoli lavori per tornare abitabili, altri necessitano invece di interventi di riqualificazione più consistenti.
Una conferma del fatto che, prima di pensare a nuove edificazioni, conviene rimettere in circolo ciò che esiste già. In questo modo si limita il consumo di nuovo terreno e si recupera valore da edifici che oggi pesano sui bilanci pubblici senza generare alcun beneficio sociale.
Un fondo per chi non rientra nelle case popolari ma fatica con il mercato liberoTra le misure più innovative del decreto c'è la nascita del Fondo Housing Coesione, pensato per una categoria di persone che spesso resta scoperta dalle politiche abitative tradizionali, una fascia grigia composta da nuclei familiari, lavoratori, studenti o genitori dopo una separazione, che guadagnano troppo per avere accesso a una casa popolare, ma troppo poco per sostenere senza difficoltà i canoni del mercato privato.
Il fondo dovrebbe finanziare soprattutto recuperi di immobili già esistenti, da destinare ad affitti o vendite a prezzi calmierati, più bassi rispetto a quelli di mercato. In parallelo, il decreto ridisegna anche il fondo destinato a chi non riesce a pagare l'affitto per motivi non dipendenti dalla propria volontà: questo sostegno viene ora riservato in modo specifico agli inquilini delle case popolari che si trovano in una documentata difficoltà economica.
Burocrazia più leggera per accelerare i cantieriUn capitolo molto concreto del decreto riguarda la semplificazione delle pratiche edilizie e urbanistiche. Per numerosi progetti legati all'edilizia sociale diventa possibile utilizzare la SCIA, la segnalazione certificata di inizio attività, evitando così la procedura più lunga del permesso di costruire. Viene inoltre allargata la possibilità di cambiare la destinazione d'uso di un edificio, anche nella sua interezza, fatte salve eventuali limitazioni che i singoli Comuni potranno comunque stabilire.
Anche le autorizzazioni di tipo paesaggistico vengono in alcuni casi semplificate, attraverso il ricorso a una conferenza di servizi in forma agile, pensata proprio per comprimere i tempi che separano l'approvazione di un progetto dall'inizio effettivo dei lavori.
Affitto con riscatto e capitali privatiIl decreto rilancia anche lo strumento del rent to buy, già presente nel nostro ordinamento ma rimasto finora poco diffuso. Con questa formula, chi entra in un immobile paga inizialmente un canone di affitto, una quota del quale viene poi scalata dal prezzo se in futuro decide di acquistare la casa.
Per attrarre capitali privati su progetti di grandi dimensioni, il provvedimento introduce infine un'autorizzazione unica che raggruppa in un solo procedimento amministrativo i vari permessi normalmente richiesti, accelerando così l'avvio degli investimenti destinati ad affitti o vendite a prezzi accessibili.
Per evitare che le agevolazioni finiscano a chi non ne ha diritto, infine, il decreto affida a Comuni e Agenzia delle Entrate il compito di controllare, anche tramite controlli incrociati, le dichiarazioni di chi richiede l'accesso agli alloggi a prezzo calmierato.
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